Attacchi di panico: strategie per amarli

Quando ci si sente morire, il petto si stringe in una morsa dolorosa e sorda, l’angoscia pervade le ossa, una cortina di fumo nero invade lo sguardo, il tam tam del cuore diventa un suono assordante e insopportabile, il fiato muore in gola senza scendere né salire, la paura si fa grande come i mostri che affollano i nostri peggiori incubi di bambini, quello è il momento di gioire. Nella maggior parte dei casi, infatti, si tratta di un attacco di panico.

Lo so. So che almeno il settanta percento di chi legge, pochi istanti fa, ha sgranato lo sguardo o, quanto meno, lo ha corrucciato.

«Ma che dice ‘sta pazza? Gioire nel momento della paura? In un momento in cui ci si sente morire davvero?»

Sì, l’ho detto e continuo a ripeterlo a chiunque, facendomi l’enorme dono della sua fiducia, condivide con me il racconto di un episodio (o più episodi) simile.

Che l’attacco di panico in sé non sia letale ormai lo sanno anche i fossili. Che bisogna “prenderla con filosofia” ce lo hanno detto in tutti gli idiomi possibili. Che bisogna restare calmi e riprendere il controllo del respiro è noto a chiunque.

i-love-lucy-funny-gifForse, però, non sono molti quelli che consigliano di gioire del manifestarsi di questo “terribile nemico”. Ecco, appunto di questo si tratta. Continuare a vivere o a etichettare l’attacco di panico come un “nemico” da combattere e sconfiggere, significa non aver compreso affatto il messaggio del panico.

Posto il fatto che se l’attacco di panico ci coglie, non c’è molto da guardarsi intorno, ma piuttosto da guardarsi dentro. Se è venuto a noi, noi ne siamo i creatori. Nessun altro, niente altro.

E so che è difficile accettare anche questo. Ma così è. Ora, se noi ne siamo i creatori, madri e padri del nostro stesso Panico (la maiuscola non è un refuso), come possiamo desiderare di sopprimerlo? E come possiamo pensare che desiderando di sopprimere il nostro stesso “creato”, questi non si ribelli, diventando così sempre più forte, urlando sempre più a squarciagola il suo… disappunto, la sua rabbia, il suo diritto a esistere?

Non si può sopprimere ciò che è funzionale alla nostra stessa esistenza. Semmai, lo si può osservare, ascoltare e poi accettare e trasformare. Con goia. Poiché tutto ciò che è da noi generato viene a raccontarci di noi, di ciò che siamo, al di là di ciò che facciamo, al di là di ciò che le nostre indaffarate menti ritengono il bene e il male. Che cosa mai potrà importare a ciò che scaturisce dall’animo se il modo in cui lo fa ci piace o meno?

Il mio Panico mi mostra la via che ho perso, il talento che ho dimenticato, la natura stessa del mio esistere nella carne, nel sangue e nelle ossa. E se qualcosa di così profondo si prende la briga di venire in superficie, in primo luogo una ragione c’è e secondo poi chi sei tu noi per ricacciarlo in quel luogo oscuro nel quale lo hai rinchiuso, come una principessa rapita, per non sentirne le urla? Prima o poi, qualcuno (o qualcosa) arriverà a liberarlo (come Dioniso libera Arianna -che piange tutte le lacrime dela mare- dall’isola deserta in cui Teseo, il falso eroe, l’ha reclusa dopo averla ingannata!): un evento, una sola parola sentita per caso, un film, un incontro, un libro, un quadro, un cartone animato, un cane, un gatto. Non importa chi o cosa, ma l’urlo di dolore di tanta galera si farà atroce e più il luogo sarà recondito e il tempo di reclusione lungo, più l’urlo sarà potente e lacerante.

La reazione della paura è comprensibile, a patto che resti confinata alla prima volta, che non diventi un’abitudine di risposta. Ok, sento l’urlo di Pan-ico per la prima volta, con tutte quelle sensazioni di morte che si porta appresso, e mi spavento, ci sta. Ma perché non mi permetto di restare e ascoltare? Perché comincio a scappare senza mèta e senza direzione, come in preda a moti di allucinata follia?

Semplice, perché mi hanno fatto credere che il dio Pan è morto. Il dio Pan che invece è l’archetipo della naturalezza, del gioco, dell’ilarità, della spensieratezza, della levità, finché la fanciulla di cui si innamora fugge via da lui terrorizzata dalla sua bruttezza e dalla sua voce mostruosa (appunto) e lo fa diventare archetipo del panico. Tutti tentano di fuggire da Pan, pochi si rendono conto che non si può sfuggire alla propria naturalezza.

Come si può pensare di sopprimere tutto ciò che è “naturale”?

Semplice: abbiamo perso la misura di ciò che siamo in quando individui, in quando esseri umani, di cosa è “naturale” e della relazione tra noi individui e la natura naturale. E Pan non fa altro che ricordarcelo, a modo suo, naturalmente.

È proprio in questa visione che dovremmo entrare e, seguendo questa visione, ringraziare il nostro Panico che ci ricorda per cosa siamo qui.

O c’è ancora qualcuno che pensa di essere “caduto” per caso su questo pianeta, in questo o in quell’emisfero, in questo tempo, in questa famiglia e con queste caratteristiche?

No, perché se è così, che Pan ti abbia in gloria!

(se vuoi leggere la leggenda di Pan, clicca qui)


Una pratica utile

Se vuoi comprendere in quale direzione stai andando, ma soprattutto se è la tua vera direzione, esistono molti strumenti che possono esserti utili e che sono molto semplici da “usare”. Uno di questi, per esempio, è quello di concederti di stare con te stesso per almeno cinque minuti al giorno e usare il respiro per portare la tua mente nello stesso luogo e nello stesso istante in cui si trova il corpo. Quando sei interamente qui e ora, inspira ripetendo il tuo nome ed espira ripetendo sono qui. Per esempio: “Maria (inspirando), sono qui (espirando)” in terza persona. Questo, naturalmente, non ti eviterà l’incontro con il dio Pan, ma ti farà riconoscere quell’incontro come qualcosa di utile e, con tutta probabilità, Pan non avrà più bisogno di urlare per farti capire che la direzione non è quella giusta. e i suoi “attacchi” diminuiranno di intensità e di durata. Questo è certo. E, se camminerai a bracceto con lui, forse non urlerà più.

 

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