Chi è io?

«Io sono stanca!»

«Non me ne parlare, io sono così depressa!»

«E allora, io cosa devo dire che sono stato scaricato dal capo e dalla moglie? Sono sfigato, come al solito»

Questo potrebbe essere l’accenno di un qualsiasi discorso tra colleghi in pausa o raccolto durante un indolente aperitivo tra amici.

Quando avevo tre anni, chiedevo ripetutamente a mia madre «Perché io sono io e non un fiore o te o quel gatto?». Data l’età e l’indole piuttosto selvatica della sottoscritta, mia madre rispondeva sempre che io ero sua figlia e non avrei potutto dunque essere le o un fiore, un’altra bambina o un gatto qualunque. Che razza di domande facevo? Così mi sono stancata di chiedere senza ricevere risposte che mi soddisfacessero e ho cominciato a cercare, a indagare, a osservare in solitudine, complici un bel paio di occhiali a fondo di bottiglia che mi facevano sentire, se possible, ancor più “diversa”.

diversa

Con gli anni, ho raggiunto diversi livelli di comprensione in merito alla ragione per cui io sono io e non altro. O meglio, in merito a cosa potrebbe essere “io”. Ancora oggi, a chi mi parla di sé raccontandomi chi o cosa che presume di essere e chiedendomi perché certe cose capitano a lui/lei, perché non riesce a vivere in pace come la maggior parte delle persone che conosce, riesco solo a rispondere, non senza una certa dose di moderata provocazione, con un’altra domanda: «Ma chi è ‘sto io

Il più delle volte, in effetti, nella nostra percezione, io si sovrappone a ego, o sarebbe meglio dire il contrario, in funzione del fatto che spendiamo molto più tempo durante la vita a mettere in scena l’ego piuttosto che, semplicemente, essere io.

In sostanza, io c’è da sempre mentre ego è un costrutto. Sì, lo so, sono “solo” parole, termini, codici dentro i quali proiettiamo qualcosa che, in questo caso, non vediamo ma sappiamo che esiste e che, dunque, dobbiamo spiegarci in qualche modo.

Abbiamo il brutto vizio, noi umani, di dover far tornare i conti. Ecco perché ci chiediamo chi è io. Perché dobbiamo controllare tutto, ridurre tutto a qualcosa di “carnalmente” (mi si passi il termine) conosciuto. Certo, abitiamo un corpo fatto di carne, sangue e altri due o tre aggregati elementali! Come potremmo esperire altrimenti? Diciamo che il modo c’è ma che, naturalmente, necessita di impegno, lavoro costante, volontà e una buona dose di coraggio.

Isomma, chi è ‘sto io che di tanto in tanto di permette di triturare le gonadi distogliendoci dalla nostra vita quotidiana? Non ho La Risposta ma riesco a districarmi tra diverse angolazioni per inquadrare l’argomento.

Se partiamo dal presunto che io c’è da sempre, mentre ego si costruisce via via che facciamo esperienza nella vita e si espande e prende spazio e tempo in misura direttamente proporzionale al numero di persone, luoghi, eventi, emozioni, stati d’animo che sperimentiamo. Già solo a questo punto, potremmo asserire che ego non è altro che un accumularsi di esperienze mentre io, al contrario, è puro, “pulito”. E di conseguenza, potremmo inoltrarci nell’osservazione e nella dissertazione, ipotizzando che più esiste ego e meno si manifesta io. E questa carenza di manifestazione si percepisce come un vuoto, come un distacco, come solitudine, come qualcosa di non esperibile “carnalmente” e dunque non controllabile, non prevedibile, non misurabile. Ergo, impossibile da governare. Un bel danno per ego, non è così?

E cosa fa ego a ciò che non riesce a controllare? Ah be’, tante cose brutte, direbbe mio nipote. Le quali, partono tutte da una sola percezione: la dualità. Il sentirsi altro da… tutto. Altro da chi ci vive accanto, altro dai colleghi, altro dagli amici, altro dalla società, sia nell’accezione positiva che in quella negativa. Un esempio?

«Non capisco cosa ci trovino di tanto divertente nello sparlare degli altri! Che razza di stupidi. Io non riuscirei mai a parlar male di chi non è presente» (sentito con le mie orecchie).

In questo caso, il non-sparlatore si mette in relazione con “altro da sé” e si ritiene migliore perché non parla alle spalle. Quindi sperimenta la non appartenenza, la dualità, in accezione positiva verso se stesso e negativa verso gli altri.

Altro esempio.

«Ne ho sempre una. Se non si rompe la macchina, mi arriva una cartella esattoriale. Se non mi cazzia il capo, litigo con mia moglie. Ma perché sempre a me? Perché non posso vivere in pace come tutto il resto del mondo?»

Qui, il resto del mondo vive a Utopia mentre l’incurabile dubitatore (prendo a prestito da Cioran) alberga tra i miasmi del purgatorio terreno.

Ora, -sempre speculando, per carità!- se c’è una cosa che mi è abbastanza chiara è che guardare gli altri specchiando se stessi è pernicioso quanto un cancro. Nè più né meno. Non solo perché io è costantemente lì presente e gli girano le gonadi a millemila perché lui/lei sa perfettamente di non essere altro da sé. Che cavolo gliene importerà mai di essere come qualcun altro, fossero anche “quelli che vivono in pace”? Ma anche perché, oggettivamente, nessuno è uguale a nessuno. Mai.

E questo è un punto. Ossia se io è io non può, non deve e non gliene cale granché di essere altro. Io non ha alcun desiderio di diventare altro. Ego ce l’ha. Perché ego è amato, acclamato, desiderato, vincente, sorridente, sano, alto-biondo-cogliocchiazzurri… mentre io è un piccolo puntino magari brufoloso, nero, occhialuto, con pochi capelli, gli occhi di un marroncino qualunque, con la pancetta e il gluteo che conosce una sola legge: quella di gravità.

O meglio, questa è la percezione di ego, che ha occhi e orecchie solo per le “cose di fuori” e, come un bambino in preda a un loop demenziale, si tappa le orecchie con le mani, chiude gli occhi e recita il temutissimo (dai genitori) mantra «babàbàbàbàbàbàbàbà» a squarciagola per non sentire la vocina di io che da dire ne avrebbe due o tre.

È proprio la percezione di essere totalmente distaccati da tutti e da tutto che genera la sofferenza. Ed è proprio nella direzione dell’ascolto dell’interconessione (e dunque dell’interdipendenza) che si incontra io e dunque che si raggiungono tappe importanti verso la compresione di chi è io.

Ma il cammino è irto di ostacoli, necessita di attenzione costante, il mezzo va tagliandato, il carburante deve essere di buona qualità, l’olio lubrificante va rabboccato spesso e, ogni tanto, occorre fare una sosta. Tutte cose che ego aborre. E allora, continuiamo così, a farci domande che non troveranno mai risposta. Perché sono malposte.

La questione, però, non è tanto uccidere ego (anzi) quanto piuttosto nutrire io. Ma questa è un’altra tappa del viaggio.

«De omnibus dubitandum est» direbbe il saggio.


Una pratica utile

Ti suggerisco una pratica semplicissima e altrettanto efficace e potente.

Siedi tranquillamente di fronte a uno specchio, che sia posizionato in modo tale da permetterti di mantenere lo sguardo orizzontale e rilassato.

Chiudi gl occhi un istante porta tutta la tua attenzione lì con te, nel tuo corpo. Esegui tre respiri lunghi, calmi, pieni. Dopo di che, riapri gli occhi e cerca nello specchio il punto al centro tra le sopracciglia. Fissa quel punto senza sforzarti, anche se gli occhi bruciano o lacrimano. È un ottimo metodo per conoscersi sempre più a fondo. Forse potrai spaventarti o annoiarti o innervosirti. Non te ne preoccupare e ricorda che tu non sei le tue emozioni. Prosegui per almeno 5 mnuti e ripeti la pratica almeno una volta al giorno per la prima settimana. Poi, a tua discrezione.