Compassione, bontà d’animo e cose di cuore

compassione, bontà d’animo e cose di cuore

Usare il cuore non vuol dire “essere buoni”

Molto spesso si sentono frasi come “È una persona di cuore” riferite a persone che fanno della beneficenza o che si occupano di aiutare il prossimo.

Questo modo di dire però trae spesso in inganno sulla sua reale origine e, specialmente in un Paese emotivo come l’Italia, in cui molto spesso (e forse troppo) la passione sopravanza la ragione ed il buon senso e porta a confondere l'”essere di cuore” con l'”essere buoni”.

In realtà, la bontà d’animo non ha nulla a che vedere con il cuore. Bisogna infatti comprendere che il termine “cuore” nella sua accezione originaria, quando riferito ad una persona, ha la valenza di “nucleo”. Utilizzando questo concetto, al posto dell’ordinaria quanto fallace accezione, si comprende come una “persona di cuore” sia in realtà “una persona con un nucleo”.

Da un punto di vista squisitamente evolutivo, quindi, una persona di cuore è una persona che ha trovato un centro interiore, una sua costante interna, per cui poggia la sua esistenza proprio su quel “cuore” che ha risvegliato al centro di se stessa.

Ora, risulta chiaro che una siffatta persona non potrà essere che profondamente umana e, come tale, anche molto consapevole della sofferenza altrui, da cui la compassione e quindi la capacità di aiutare ed assistere l’altro quando possibile e necessario. Ma non bisogna confondere questo con un carattere dolce o, ancora peggio, una personalità foriera di melensaggini di vario livello.

Al contrario, la vera “persona di cuore” ha maturato una visione molto più oggettiva del mondo di chiunque altro e dunque molto spesso potrà agire in modo apparentemente freddo, o distaccato, in alcuni casi addirittura crudele secondo il comune senso delle cose.

Questo, però, non è dovuto ad una stortura nella persona, quanto all’errore che si genera in coloro che un vero cuore ancora strutturato non hanno e che quindi non possono che giudicarne gli atti secondo la morale vigente o il comune senso del pudore, entrambi strumenti totalmente soggettivi e altamente instabili (bastano pochi giorni perché un fatto si trasformi da “normale” a “becero” e viceversa) e quindi del tutto inadatti a percepire una realtà più oggettiva che invece è quella in cui vive immersa la vera “persona di cuore”.

La compassione è una cosa seria e saperla vivere ed applicare secondo conoscenza, ancora di più.
La normale bontà d’animo, ad esempio, è molto spesso generata dall’impossibilità di opporsi con forza a situazioni di sopruso. La gazzella che scappa dal leone non fa una scelta ma semplicemente l’unica cosa che può fare. Al contrario, il leone che scegliesse consapevolmente di non uccidere la gazzella, dimostrerebbe una vera azione di potere (una vera scelta).

Molto spesso la bontà che vediamo non è davvero tale quanto semplicemente il risultato dell’impossibilità di comportarsi in altro modo. E questo, per quanto porti a risultati positivi e sia senz’altro meglio che esercitare crudeltà o cattiveria, non ha nulla a che vedere con l’uso consapevole del cuore.

Franz

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: