Cosa fai non è cosa sei

In effetti, sul piano razionale, si tratta di un’ovvietà.

bbc75
Spesso siamo ciò che gli altri vedono di noi

Per dieci anni della mia vita attuale sono stata quotidianamente (!) davanti a una telecamera e in onda in Tv. So di cosa parlo. So bene che non c’è nulla di più facile (e più comodo) che lasciare che gli altri credano che sei esattamente ciò che passa attraverso lo schermo per mezzo dell’obbiettivo.

Ogni volta che si accendeva il tally (la lucina rossa di cui molti hanno terrore), l’immagine riflessa nel monitor di servizio si impossessava di me, come un ectoplasma, e io diventavo quello. Ero ciò che facevo, l’immagine che lo schermo mi restituiva. Sorridevo, parlavo con timbro sonoro, fissavo l’obbiettivo con occhi accesi e pieni di quella scintilla seduttiva necessaria al sostentamento dell’immagine stessa. Quando però il tally si spegneva, quell’immagine impiegava molte ore a uscire da me, e a volte nemmeno usciva, fino alla messa in onda o alla registrazione successiva. Così che per diverso tempo sono stata convinta di essere proprio quello. Fino a che mi sono svegliata (ma questa è storia lunga e di pertinenza di altre sedi).

“Certo che non sono ciò che faccio! Ci mancherebbe, sono ben altro. Mica faccio spettacolo io”. Potresti obbiettare. Non è necessario essere attori o conduttori o anchor per calarsi in una parte. È sufficiente credere a ciò che vedi riflesso nello specchio della vita, a ciò che gli altri (chiunque) ti dice che sei.

A questo punto potremmo dire che le strade sono due (o forse più, ma mi concentrerei su due, così non perdo di vista la questione): o hai consapevolmente deciso di interpretare un ruolo nella tua vita quotidiana oppure, pur “sapendo” di non essere ciò che fai, sei intrappolato da qualche parte nella tua rappresentazione e non conosci la strada per uscirne. O meglio, nemmeno sai che esistono diverse strade che puoi percorrere per avvicinarti a ciò che sei. Ammesso che tu lo voglia, ça va sans dire!

Così, per un non meglio identificato quieto vivere, tieni tutto lì fermo, ché non si sa mai. Salvo che, prima o poi, ci pensa la vita. Sempre, senza distinzioni di ceti, appartenenze culturali o religiose o politiche, tendenze sessuali e simili. Arriva quell’attimo, sottoforma di evento inaspettato (ma quanto davvero inaspettato?) che ti obbliga a fare i conti con ciò che sei, con il tuo “chi” più intimo, ferito e incazzato, oserei dire, visto che te ne sei bellamente infischiato di lui/lei per tutto questo tempo.

Nel primo caso, invece, quando ci scritturiamo come protagonisti del film della nostra stessa vita, direi che, a patto che si sappia davvero gestire ma soprattutto sostenere un ruolo per… tutta la durata del film, non c’è proprio nulla da obiettare. In fondo, ognuno fa del proprio “tempo incarnato” ciò che meglio crede. Può anche rivelarsi divertente interpretare un personaggio e vedere l’effetto che fa.

In questo modo, ci daremmo la possibilità di osservare noi stessi e “il resto del mondo”  da altri punti di vista. Sarebbe un’occasione per conoscerci meglio, per comprendere meglio i meccanismi che regolano questa dimensione terrena. La chiave sta nell’esserne consapevoli. E questo non accade spesso, purtroppo.

New or Save
Siamo abituati a catalogare e archiviare ogni cosa, senza comprenderne il reale significato.

Ma c’è di peggio. C’è l’etichetta, il bollino, la catalogazione, l’omologazione, la compartimentazione cervellotica che facciamo degli altri. Ogni volta che ci capita di avere a che fare con un medico, per noi è “Il Medico”, ossia è ciò che fa, proiettiamo tutto il suo essere, il suo esistere dentro l’etichetta “medico” e la archiviamo nella cartella del cervello con scritto “malattie”. Poi andiamo a farci compilare il modello unico e incontriamo un commercialista, etichetta “commercialista” archiviato in “tasse e contributi” (per essere volutamente soft). E ancora, andiamo dall’estetista per farci depilare e via andare con l’etichetta “estetista” nella cartella “beauty”.

Chi si metterebbe mai a riflettere sulla vera essenza, sull’essere che abita l’involucro di medico, commercialista o estetista? Su quali sono i suoi sogni, i desideri, le difficoltà, i suoi punti di vista. Senza contare l’ulteriore sotto-classificazione (la più becera, a parer mio) che ci fa distinguere tra persone influenti e… quelli che non contano una beata ceppa. Quelli con cui non ti viene in mente di parlare delle cose importanti della vita, da cui non andresti mai per chiedere il conforto dell’anima, perché “vabbé dai, fa le pulizie nel condominio, cioè… cosa vuoi che ne sappia della ricerca interiore e dell’evoluzione dello spirito?”. Amen. Nel senso che gli abbiamo fatto la croce sopra.

Questo accade perché non siamo più capaci di guardare l’altro negli occhi, di incontrarne lo sguardo e di restare ad “ascoltare”. Non ne siamo capaci perché pensiamo sia una perdita di tempo, perché pensiamo di conoscerci meglio spiandoci sui social. Perché siamo capaci di esporre la nostra anima su facebook ma non di aprirla a chi ci accompagna anche solo per un microscopico tratto della nostra vita. Il che non significa sbracare, ma semplicemente essere. Certo, è impegnativo e il rischio è di spiazzare l’altro, di non piacere più, di essere allontanati. Già.

E qui torno a bomba. Visto che siamo così impegnati a recitare un ruolo (o più ruoli contemporaneamente), in modo più o meno consapevole, siamo ciò che recitiamo sulla scena della vita e dunque restiamo fermamente convinti di essere davvero noi stessi in ogni circostanza, perché l’identificazione con il personaggio si nutre della nostra anima, della nostra essenza più vera. Insomma, di ciò che avremmo voluto essere ma per paura non siamo mai stati.

Paura di che? Di morire, naturalmente. La paura delle paure. Morire al mondo, morire alla vista degli altri, morire all’amore dell’altro. Ma questa è riflessione troppo impegnativa per un post già così lungo e, oggi, il tally della mia telecamera è rimasto acceso già per troppo tempo.

Grazie per essere stati con noi e arrivederci alla prossima puntata! (ops!…)

 

 

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