Del Karma: bulimia di un termine

Ho già divagato sul karma in questo post e anche in questo. Ma sono sempre più convinta che il termine in sé generi parecchia confusione. Non sarò certo io a sciogliere i nodi della comprensione in merito al termine in questione (mi piacerebbe, in effetti, ma temo di non possedere doti così illuminate in merito). Il fatto è che il mio ego ha con il karma un rapporto di odio-amore e dunque eccomi qui a divagare ancora una volta sul tema, mio malgrado.

Navigo tra blog e social da una decina d’anni e mi sono resa conto che tra le parole più cliccate e digitate c’è proprio il termine “karma” collegato alla relazione di coppia, in ogni possibile declinazione: “rapporti karmici” “relazione karmica”, “incontri karmici”, “legami karmici”, “amore karmico”. Il WEB prolifera di siti, blog, portali e profili all’interno dei quali sembra possibile trovare la spiegazione di ogni incontro che facciamo nella vita, soprattutto se… di natura copulatoria con qualcuno che non è la nostra “controparte ufficiale”, diciamo così.

C’è questa non meglio identificata tendenza a marchiare con il timbro del karma tutto ciò che è “extra”, soprattutto se coniugale. Della serie, non credevo sarebbe potuto succedere proprio a me, io che adoro il mio compagno/mia moglie/marito/fidanzata/qualunquecosa, ma non co cosa mi sia successo, non posso fare a meno di vederlo/la, sentirlo/la, eccetera. Deve avere a che fare col karma. Nulla di male, beninteso! Ma qui più che di karma mi pare si tratti di trovare una spiegazione a desideri di origine assai più carnale che spirituale.

In realtà, però, il mio buon maestro di Dharma e Tantra, Geshe-La, direbbe che effettivamente è così. Ossia, ogni nostra azione è karma e genera karma. Come dargli torto? Il karma è tutto ciò che, come conseguenza a un nostri agire, crea una situazione, di qualunque tipo. Se passeggiando per la campagna, incontro un cane che non conosco e mi metto a correre, posso solo aspettarmi che faccia lo stesso e, naturalmente, sperare che non lo faccia nella mia direzione. In ogni caso, questo è karma. Io agisco, e il mio agire decreta il crearsi di una determinata situazione.

POST-KARMA

E invece, parliamo di karma come se fosse qualcosa di esterno a noi. Se da un canto è vero che non possiamo sottrarci alla legge del karma, dall’altra parte siamo (o, per meglio dire, saremmo) perfettamente in grado di generare il nostro karma (se solo ce ne rendessimo conto) e anche quello di individui e ambienti prossimi a noi e poi, come in cerchi concentrici, anche quello di chi non conosciamo, in virtù di quell’interconnessione e di quell’interdipendenza di cui tanto si parla nella filosofia buddista e, più in generale, in tutte le tradizioni orientali.

Il karma è la tua storia, sono le tue cellule, il tuo midollo, le tue ossa. Il punto è, per parafrasare ben più illuminate menti, che finché non ti accorgi che dentro sei pervaso dalla tua storia e, dunque, dal tuo karma, continui a chiamarlo destino e ti lasci trascinare dalla corrente di qualcosa che non ti è noto ma che, indubitabilmente, sta accadendo a te e a nessun altro e, dunque, non può che scaturire da te stesso.

Sono sempre più convinta che sia il caso di tornare a dare alle parole il peso che meritano. Di “ripulirle” da interpetazioni le più svariate e comprenderne il significato profondo, la radice, la provenienza, smettendo di prendere a prestito termini per significarne altri. Altrimenti tutto significa tutto e, dunque, tutto non ha più alcun significato. Non è terribile?

Se lo desideri, puoi spendere un po’ di tempo per scoprire, a grandi linee, l’etimologia di karma e quella di destino su wikipedia.

p.s.: se ti sembra che i vari post siano in contraddizione tra loro, probabilmente lo sono. E anche questo è karma.