La playlist delle asana

LA PLAYLIST DELLE ASANA

 

Selezione yogica personale

Ogni praticante di Yoga sa che c’è una graduatoria di preferenza delle asana: dalle preferite, in cui potremmo restare ore alle detestate, nelle quali neppure ci impegniamo, tanto ci fanno soffrire, passando attraverso una classifica di gradimento assolutamente personale.

 

In principio, durante le asana mi rendevo conto dell’esistenza di differenze comportamentali nel mio modo di intraprendere ogni postura.

Ciò mi ha portato a spostare l’attenzione dal ‘’come’’ al ‘’cosa’’, cioè da come sto praticando la postura a cosa accade in un asana. Non era più fondamentale riproporre l’asana nel modo corretto, la mia attenzione era rivolta principalmente al mio interno, in ogni istante, respiro o movimento.
E così la mia pratica avveniva principalmente ad occhi chiusi, in un silenzio e concentrazione maggiori. In ogni movimento, riuscivo a sentire la corrispondenza di uno spostamento interiore. E i differenti modi di approcciarmi alle asana aumentavano e si raffinavano sempre più.
Ho compreso che, nel momento in cui la mia attenzione era rivolta al “come”, mi soffermavo alla fatica fisica o alla scomodità posturale senza andare oltre. Spostando invece l’attenzione al “cosa”, iniziavo a intravedere un profondo fastidio, come se ogni movimento andasse a spostare mobili e suppellettili interiori, penetrando in anticamere nascoste o aprendo cassetti che preferivo tenere chiusi.

Non solo il mio modo di approcciarmi alle asana era cambiato: diminuiva la voglia di restare in precise posture, aumentando la fatica e il desiderio di evitarne accuratamente alcune in particolare. Un esempio è, ancora oggi, dhanurasana (o posizione dell’arco). Aprirmi in quel modo, percepire l’allungamento mi porta una profonda sensazione di disagio, mi portava all’evitamento, ogni volta che mi veniva proposta.

Nel tempo, questo atteggiamento aveva instaurato in me delle ‘’preferenze’’ tra le varie posture, una sorta di ‘’selezione yogica personale’’, una playlist delle asana, all’interno della quale mi ero data la possibilità di scartare, come si fa con le canzoni, quelle che mi piacevano meno o non mi piacevano affatto.

Mi rendevo conto dei miei punti di forza e della mia fragilità, delle mie paure: come se entrare in un asana equivalesse a penetrare in una in una sala degli specchi, in cui ogni piccolo frammento di movimento, parola, visione o cambiamento raccontavano qualcosa di me. Tutto ciò influenzava la mia pratica e di riflesso il mio quotidiano. Così ho iniziato a osservare me stessa e a sperimentare anche nelle posture quotidiane e, sempre di più, ho preso coscienza delle mie reazioni agli eventi nei differenti momenti e ho notato quanto fossero ripetitive, al limite del noioso, molte mie azioni nelle varie circostanze della vita, il mio fuggire e il mio modo di selezionare le mie posture senza neppure prenderne in considerazione altre, in alternativa.
Le varie asana si erano trasformate in aspetti di personalità, ricordi ed emozioni, miei e di altri, in grado di influire, positivamente o negativamente,  sulla mia realtà.

Un ottimo allenamento per comprendere ciò che non voglio vedere allo specchio e ciò che non voglio accettare del mondo. Ecco cosa è diventato lo Yoga per me.

È stato così: attraverso l’unione del “come” e del “cosa”, ho capito che la pratica yogica è un continuo colloquio con se stessi e che la mia ” selezione yogica” parla di me. Si è soliti dire che le posture in cui facciamo più fatica sono quelle che dovremmo praticare di più e nel tempo ne ho compreso il significato. Il corpo è lo strato più esteriore della cipolla e il più tangibile: per questo ci insegna a leggere la nostra mappa del tesoro, al quale però, è possibile accedere solo attraverso una onesta e meticolosa ricerca.

Francesca

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