Pranayama, non respiro profondo

Pranayama, non respiro profondo

Per molti secoli, il pranayama (ossia l’acquisizione e la corretta distribuzione della forza vitale) è stato praticato dai saggi e dai cosiddetti guru, con lo scopo di controllare l respiro e, con esso, anche la mente (o le fluttuazioni della mente, per dirla con Patanjali).

Negli anni di pratica personale e di esperienza come insegnante, ho notato come molti (io stessa, agli inizi e per qualche tempo) confondono la pratica delle tecniche di respirazione con un’innalzamento dell’intensità, della profondità e della potenza nelle varie fasi del respiro. In realtà, nel pranayama (salvo alcune tecniche particolari e certo non praticabili da inesperti) il respiro di assottiglia, diventa più intimo e, soprattutto, deve essere praticato in assenza (o quasi) di sforzo.

Il respiro profondo è fonte di tensioni muscolari e di rigidità. Provate a fare un respiro profondo ascoltando cosa accade nel corpo, anche nel collo e sulla nuca. Tutto diventa teso e rigido, vero? Questo accade perché, come direbbe Iyengar, si applica una forza esterna per inalare ed esalare l’aria. In questo modo, l’aria stessa non può circolare correttamente in tutto l’organismo proprio a causa dell’irrigidimento e della forzatura.

Al contrario, una corretta pratica del pranayama prevede leggerezza, distensione, anche nei muscoli del volto, del collo e della testa. In questo modo, ci permettiamo di inspirare ed espirare dolcemente, evitando inutili e spesso dannosi movimenti bruschi. Da qui, l’importanza, data dallo stesso Patanjali, alla corretta successione delle pratiche. Prima si impara il corretto uso delle asana per rendere il corpo elastico, sciogliendo per quanto più possibile, le tensioni muscolo-scheletriche, e solo dopo si comincia a praticare pranayama.

Questo permette al prana (forza vitale) di fluire più velocemente ma anche di raggiungere ogni singolo anfratto dell’organismo.

Quando inaliamo, non stiamo solo introducendo ossigeno ma anche energia, vitalità, forza (prana) su tutti i piani. Lo stesso, quando esaliamo, non ci liberiamo soltanto dall’anidride carbonica ma anche da tutto ciò che è scarto (apana).

Praticare correttamente pranayama non può prescindere da un costante “allenamento” al respiro, alla consapevolezza del respiro e all’osservazione di sé nell’atto del respirare. E nell’atto del trattenere il respiro (kumbhaka). Ossia della sospensione, sia essa a polmoni pieni (dunque dopo l’inspiro, antara kumbhaka) che a polmoni vuoto (dopo l’espiro, bahya kumbhaka). Anche queste due “sospensioni” tra l’inalazione e l’esalazione (e viceversa) assumono un’importanza vitale nel pranayama, non restano semplici atti meccanici e automatici ma diventano parte integrante di un processo complesso e completo che richiede una devozione totale al “qui e ora”. Per dirla molto semplicemente, se la mente è impegnata altrove, non stai praticando pranayama.

Pranayama è dunque impegno, costanza, presenza ed è anche assenza di sforzo, di pressione, di forzatura, di paragone, di giudizio, di agonismo.

Pranayama è ascolto del suono di sé.

Tutti noi respiriamo, pochi si soffermano ad ascoltare il respiro, meno ancora sono coloro che cercano un alleato nel respiro, uno strumento terapeutico, quale invece è. E davvero in rari casi si ha la certezza che il respiro sia un ponte tra mondo materiale e mondo spirituale. Ma così è.

A volte, basta fermarsi per il tempo di un unico respiro, per comprendere che si è testimoni e allo stesso tempo detentori di un dono immenso: quel soffio vitale che profuma di mito e mistero. Così lontano eppure così vicino.

Vi auguro un respiro illuminante!

Lucia