Quando il saggio indica la Luna…

…lo stolto guarda il dito”.

A tutti noi è stato più volte ripetuto nella vita che ascoltando qualcuno che ci indica la Luna, dobbiamo guardare alla Luna e non al dito che la indica. Probabilmente a significare che occorre guardare ai sogni grandi e non alle piccole cose. Mirare a un traguardo spirituale e non soffermarsi sulle piccole cose materiali.
Ora, volendo invece riportare questa metafora alle cose della vita, della mia vita, naturalmente e dunque della mia personale esperienza di essere umano fatto di carne e sangue e dunque parte integrante delle “piccole cose materiali”, riferendomi naturalmente al mio percepito, ho constatato più e più volte che, nella maggior parte dei casi, è meglio osservare attentamente il dito.

moonfinger
Provo a spiegarmi.
Ciascuno di noi, per la forza dell’abitudine sociale dalla quale siamo fortemente influenzati (chi più chi meno), argomentando con altri, infila una parola dietro l’altra, una frase dietro l’altra, avendo come scopo l’approvazione, e dunque il riconoscimento, di ciò che sta dicendo, cioè il far valere il proprio pensiero, far sì che l’altro si convinca che siamo nella ragione, che ciò che diciamo è giusto.
E giù a formulare tesi che sistematicamente altri, prima o poi, smonteranno per convalidare le proprie a discapito delle nostre. Tutti coloro che parlano in pubblico, usano molte parole (la maggior parte delle quali inutilmente e a sproposito) per un unico scopo: avere ragione ed essere riconosciuti come quelli che hanno ragione.
Se durante l’eloquio, il nostro “sguardo” punta verso l’obbiettivo di chi ci parla, ossia la tesi che vuole dimostrare come verità, perdiamo di vista molte cose: il modo in cui parla, il tono di voce, i gesti che fa, lo sguardo che ha, le vibrazioni, che non sono visibili ma assolutamente percepibili. E insieme a queste cose, ci perdiamo anche la possibilità di conoscere davvero l’altro e, così facendo, un po’ anche noi stessi. E dunque di creare, usando il senso critico, una nostra visione delle cose.
Da quando preferisco guardare il dito e non la Luna, ho imparato di me (in quanto essere umano, in quanto donna e professionista) molte più cose che non in tutti gli anni spesi a cercare di imparare guardando alla Luna, cioè al conseguimento di un obbiettivo “lassù in alto”, fossero anche solo le abilitazioni per mezzo di diplomi, attestati, certificati, qualifiche e quant’altro. Queste, infatti, non sono che la Luna (con tutto il rispetto e l’amore che provo per la Luna e le sue implicazioni).
E la Luna, di per sé, è un obbiettivo che riesco a osservare per mezzo della luce che il sole proietta su di esso. Ecco dove stanno le cose da imparare, in quel tragitto che la luce compie per arrivare a illuminare l’obiettivo. Lì si celano le risposte, lì ha sede il racconto dell’esperienza: nel tragitto.
Tragitto che ciascuno di noi può e deve necessariamente percorrere da sé, se vuole davvero comprendere, conoscere, esperire.
L’obbiettivo non è che un meraviglioso inganno per dar modo a chi si mette in viaggio, di sperimentare ogni singolo passo del viaggio stesso (altrimenti chi mai si metterebbe in viaggio?), ponendo l’attenzione di volta in volta proprio su quel passo e smettendo finalmente di puntare ossessivamente, caparbiamente, inutilmente e stupidamente verso un unico punto, quando tutto intorno è pieno di meraviglie che stanno lì proprio per noi.
Ora, chiunque (insegnante di yoga, counselor, guru, coach…) ti dica ciò a cui devi aspirare , spacciandotelo per l’unica verità, l’unico scopo della tua vita, chiunque ti dica cosa ti accadrà se farai questo o eviterai quello, si basa sulla propria esperienza personale e sul racconto di altri che l’hanno vissuta come lui; chiunque ti dica qual è la perfezione in una asana, il tempo giusto di un ciclo completo di respiro in una seduta di pranayama, ti faccia dono della risposta giusta da dare al compagno che ti chiede maggiore attenzione, il senso ultimo della vita stessa, chiunque tra questi mente. Sapendo di mentire. In realtà, come tutti, sta ancora cercando, ma qualcuno prima di lui gli ha fatto credere che sia fondamentale conoscere il proprio obbiettivo e puntare dritto lì.
Errore.
Questo è un atteggiamento che mette ansia, che crea aspettative, che genera desideri e attaccamenti.
L’obbiettivo non esiste, esattamente come la Luna nel modo in cui la percepiamo dal pianeta che ci ospita.
Ciò che esiste, o meglio, ciò che possiamo esperire materialmente, è il dito. La sua consistenza, la lunghezza, il colore, il suono che emette spostandosi, l’odore e, sforzandosi un po’, anche la sua carica elettrica, ossia quei famosi strati di corpi eterici non visibili (non a tutti, per lo meno) ad occhio nudo.
Dato per assodato che maestri, guru, insegnanti, coach e counselor conoscono la tecnica, che hanno padronanza degli strumenti che possono essere d’aiuto per non farsi male durante il viaggio o, quanto meno, per farsene il meno possibile, ed è dunque sacrosanto seguirne i consigli pratici, poi però il percepito, l’esperienza è individuale. Ecco perché i saggi sostengono da secoli che esistono tanti yoga (e dunque tante esperienze di vita) quanti sono gli esseri senzienti. Ciascuno vive le cose della vita, siano piccole o immense, da dentro il proprio involucro. O meglio, i propri involucri, fisici, mentali, emotivi, spirituali.
Per quanto mi riguarda, proseguirò il mio cammino guardando il dito di chiunque mi indicherà qualcosa. Lungi da me, volerti dire ciò che devi fare tu. Una cosa è certa: se ti ascolti, in silenzio, lo capisci da te.

Perché, in fondo, la questione è solo una: scegliere di assumersi la responsabilità di ogni singolo istante della nostra vita oppure affidarci ai racconti degli altri e crederci ciecamente.

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